Innovazione, individui e società. Editoriale di Giorgio Righetti

25 marzo 2019

“L’innovazione non è né un vezzo né un lusso: è un dovere che ci viene imposto dalla nostra natura di soggetti privati e indipendenti”. Con queste parole il Presidente Giuseppe Guzzetti, nel suo discorso al XXIV Congresso Acri del giugno 2018 ricordava uno dei “doveri” delle Fondazioni di origine bancaria.

L’innovazione è la vera e unica fonte dello sviluppo, è il motore che conduce gli uomini a cercare nuovi paradigmi per migliorare la propria esistenza, per relazionarsi con gli altri in modo nuovo, per esplorare l’ignoto. Ma l’innovazione necessita di alcune cautele, tra le quali due meritano una particolare attenzione. Ogni innovazione innesca un processo di “distruzione creatrice” che, mentre costruisce il nuovo, inevitabilmente distrugge l’esistente. La storia, non solo quella economica, è disseminata di una infinità di esempi che testimoniano questo fenomeno.

Basti pensare alle numerose innovazioni che in pochi decenni hanno completamente mutato il rapporto tra l’uomo e l’ascolto della musica: vinile, nastro magnetico, CD, IPod, Youtube, Spotify… Ognuno di questi strumenti è stato, a suo tempo, causa ed effetto di un processo di distruzione creatrice, portando con sé mutamento di abitudini, nuove opportunità, ma anche perdita di posti di lavoro e di fortune. O, ancora più straordinariamente significativa, l’invenzione della stampa, che ha scardinato completamente il monopolio dei “detentori della verità”.

La prima fondamentale cautela è, quindi, quella di gestire questo processo di sostituzione facendo in modo che il costo umano e sociale di ogni innovazione sia minimizzato e che la transizione verso il nuovo non lasci dietro di sé difficoltà e sofferenza. Occorre tenere ben a mente che dietro le tecnologie, dietro i processi, dietro le grandezze economiche vi sono solo e sempre uomini e donne.L’altro aspetto riguarda la valutazione dell’innovazione e degli effetti che essa genera. Spesso, ci si pone di fronte all’innovazione da una prospettiva etica, valutando secondo le categorie del giusto/sbagliato, del bene/male. Ritengo che questo approccio non sia corretto e che sia molto più opportuno indossare gli occhiali dei diritti individuali e della società.

Una innovazione è positiva se produce più diritti, se aumenta la libertà di scelta, se fa crescere la consapevolezza, se migliora la conoscenza, se riduce la fatica del vivere, se migliora le condizioni dei più deboli, se, in una espressione, ci fa vivere meglio.

L’innovazione è inarrestabile, però la si può indirizzare o gestire affinché il beneficio non sia di un singolo individuo o di pochi a discapito di molti. Non sia, cioè, un gioco a somma zero, bensì un percorso che fa crescere tutti.

Le Fondazioni hanno il dovere dell’innovazione, si diceva. Possono farlo sostenendo la creazione e lo sviluppo di quegli eco-sistemi all’interno dei quali attecchiscono le idee e se ne implementano le applicazioni pratiche. E, più di altri, hanno anche il dovere di pensare a come limitare gli effetti negativi della transizione verso il nuovo e di prodigarsi affinché l’inevitabile spinta individuale, che è motore di innovazione, tenga in debito conto l’effetto che essa produce sui diritti degli altri individui e sull’intera società.

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