Patuelli: occorre maggior rispetto e fiducia verso le banche

29 novembre 2018

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«Indebolire le banche in Italia significherebbe anche indebolire i principali acquirenti di titoli di stato italiani. Cosa sarebbe successo o succederebbe se le banche in Italia detenessero pochi o punti titoli di Stato? A quanto arriverebbe lo spread? E con quali conseguenze per la Repubblica, le imprese e le famiglie?». A porre questi interrogativi è stato Antonio Patuelli, presidente di Abi, in occasione del suo intervento alla 94ª Giornata Mondiale del Risparmio, in cui ha valorizzato il fondamentale ruolo delle banche per la tenuta e la crescita economica del Paese. «Agli andamenti dello spread e dei mercati non si può essere indifferenti - ha spiegato - perché hanno conseguenze su conti pubblici, imprese e famiglie». Intanto, però, le banche in Italia continuano a detenere e a sottoscrivere titoli di stato della Repubblica, nonostante lo spread che ne riduce il valore e che conseguentemente contrae il patrimonio delle banche stesse. «Lo spread appesantisce tutta la catena produttiva e ostacola la ripresa – ha affermato - quando la liquidità è sempre più preziosa».

Patuelli ha ricordato che le banche in Italia proseguono nei grandi sforzi fin qui sostenuti per superare le conseguenze della crisi. Le sofferenze nette sono ridotte a 40 miliardi rispetto ai 90 del picco del 2015. I crediti deteriorati netti sono circa 100 miliardi rispetto ai 200 del 2015. I prestiti a famiglie e imprese crescono con i tassi d’interesse più bassi della storia d’Italia e fra i più bassi d’Europa. «Ma tutto questo non basta – ha dichiarato il Presidente dell’Abi -. Occorre una più solida redditività per l’azionariato bancario: oltre tre milioni di azionisti delle banche italiane, più quelli che lo sono tramite i fondi d’investimento, hanno supportato i colossali continui accantonamenti, gli aumenti di capitale e i dodici miliardi di esborsi delle banche, in tre anni, per i Fondi nazionali ed europei per le banche in difficoltà, mentre gli aiuti di Stato alle banche in crisi sono risultati fra i più bassi d’Europa».

 
«L’Italia è il Paese d’Europa che ha visto più cambiamenti nel settore bancario, che si è anche dimostrato il più aperto agli investitori internazionali – ha aggiunto –. A fine anno i gruppi bancari e le banche indipendenti in Italia saranno circa 115, su una popolazione di oltre 60 milioni di abitanti. Le condizioni competitive delle banche sono fattori determinanti per la competitività delle imprese e complessivamente dell’Italia. Pertanto occorre lungimiranza, consapevolezza dei fattori produttivi, responsabilità, equilibrio e realismo… L’Italia deve contare e dialogare di più in Europa… È indispensabile che l’Italia acquisisca un importante portafoglio economico nella prossima Commissione europea. Le istituzioni europee e nazionali debbono tutelare sempre il risparmio... Gli intermediari debbono garantire sempre il rispetto integrale di tutte le norme a cominciare da MiFID 2 e dai tanto da noi voluti KID. L’etica deve sovrastare le regole stesse… Occorre maggior rispetto e fiducia verso le banche. Le undici crisi bancarie sono alle spalle e non vanno confuse con le banche sane che hanno dovuto concorrere a salvarle».


Patuelli ha rivendicato i risultati raggiunti nel campo delle relazioni industriali, grazie ad accordi con i sindacati di categoria, che non poco stanno contribuendo ai processi di innovazione nel settore del credito. Ma altri cambiamenti urgono, come i decreti delegati attuativi della riforma del diritto fallimentare e il complessivo efficientamento della Giustizia civile. «Le banche operano in un’Italia non chiusa e autarchica, ma nella società e nei mercati aperti, in una Unione europea sempre incompleta, carente di regole comuni e senza “cantieri” preparatori per l’armonizzazione del diritto bancario, finanziario, fiscale, fallimentare e penale dell’economia, essenziali per garantire l’uguaglianza dei punti di partenza della competitività in mercati che debbono essere ugualmente regolati, senza eccessi di norme che comprimano l’autonomia delle imprese bancarie e delle aziende in genere». Altolà, invece, a qualsiasi ipotesi di aumento della pressione fiscale sulle banche: «Non è una variabile indipendente, ma un fattore che incide su tutta la catena produttiva delle imprese di ogni genere e delle famiglie».



"Fondazioni" novembre-dicembre 2018

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