Fondazioni di comunità: veri intermediari di filantropia sui piccoli territori

26 febbraio 2018

welfare

Quando nel 1999, grazie all’ “innesco” messo a disposizione da Fondazione Cariplo, vennero costituite in Italia le prime Fondazioni di Comunità – quelle di Lecco e di Como – probabilmente nessuno immaginava che il fenomeno avrebbe acquisito una specifica rilevanza sociale, soprattutto nelle piccole comunità e nelle periferie post industriali. Oggi se ne contano 37, alcune delle quali al Sud, con un patrimonio complessivo di circa 200 milioni di euro ed erogazioni che hanno superato i 244 milioni; ben 27 sono state generate su iniziativa di Fondazioni associate ad Acri. Questi strumenti per promuovere la filantropia locale sono diventati veri e propri “intermediari della solidarietà” e sul territorio costituiscono piattaforme fondamentali per mettere in rete istituzioni e organizzazioni del Terzo settore, al fine di affrontare le complesse sfide sociali, economiche e culturali dell’attualità. Nella maggioranza dei casi, anche se non necessariamente, nascono con l’aiuto di un soggetto terzo e poi crescono sulla spinta del contributo di fondi, privati e pubblici, raccolti sui territori a cui le attività della fondazione stessa sono destinate. In genere, poi, chi innesca il processo raddoppia periodicamente “la posta” in funzione di quanto in quella fase è stato raccolto sul territorio, alimentando un processo virtuoso che consolida progressivamente la Fondazione di Comunità anche sotto il profilo patrimoniale. Peraltro il patrimonio contabile non è la caratteristica distintiva delle Fondazioni di Comunità, che a volte contano su “asset” del tutto diversi. È altresì indispensabile che l’attività erogativa venga accompagnata di pari passo da quella di fundraising.

Caratteristiche distintive che aiutano a definire il settore in modo inclusivo e dinamico sono innanzitutto l’ownership e la gestione locale. Inoltre, le Fondazioni di Comunità sono entità giuridiche indipendenti e sono caratterizzate da una proprietà diffusa, con più stakeholder. Sono costituite per durare, costruire capitale sociale, fiducia, beni e capacità, nella comunità, con la comunità e per la comunità, cercando di avere una visione di lungo periodo. «Ed è proprio in quest’ottica che molte Fondazioni di origine bancaria e la Fondazione Con il Sud si sono impegnate per farle nascere e crescere sui loro territori di riferimento » afferma Giorgio Righetti, direttore generale di Acri. La storia delle Fondazioni di Comunità italiane è comunque varia, importante ed effervescente, sottolinea Felice Scalvini, presidente di Assifero, l’associazione a cui la maggior parte di esse aderisce. «Esse sono portate naturalmente a confezionarsi una specie di abito su misura in relazione ai territori di riferimento: comunità urbane e rurali, evolute o in via di trasformazione, omogenee o caratterizzate da forti diversità culturali ed etniche. Tutte però hanno bisogno di tessuto connettivo, di fattori di integrazione, di occasioni perché le diverse persone che in esse vivono e le organizzazioni che vi operano abbiano la possibilità di conoscersi, di specchiarsi l’una nell’altra, di individuare, anche solo per frammenti, qualche progetto da condividere, qualche visione comune a cui aderire». Così, il 24 novembre scorso, in un evento organizzato a Roma con la collaborazione di Acri, Assifero ha presentato la prima Guida sulle Fondazioni di Comunità in Italia, che è intesa a favorire un processo di condivisione e la crescita di un ecosistema di settore più informato, connesso ed efficace a livello nazionale. A leggerla si scopre, per esempio, che per la lotta alla povertà neonatale lavorano insieme la Fondazione di Comunità di Messina, la Fondazione della Comunità Bresciana e alcuni enti pubblici e associazioni dei rispettivi territori. Il progetto, avviato nel 2017, ha l’obiettivo di azzerare la povertà neonatale là dove i promotori operano, finanche con la presa in carico personalizzata dei bambini in condizione di povertà e delle loro famiglie. In particolare, la Fondazione di Comunità di Messina istituirà un fondo vincolato di garanzia a sostegno delle azioni di finanza etica e un secondo fondo vincolato al finanziamento dei progetti personalizzati, a partire dalla mutualizzazione dei capitali di capacitazione che saranno assegnati ai bambini messinesi nati in condizione di povertà profonda e alle loro famiglie. Mentre la Fondazione della Comunità Bresciana, oltre a coordinare le azioni per il territorio del Comune di Brescia, sarà il riferimento finanziario delle risorse economiche in entrata e in uscita rispetto agli altri partner. Dalla Guida si scopre che anche quello della formazione dei giovani è un tema molto seguito, così come quello degli anziani e delle persone con disabilità, o quello dell’occupazione giovanile. La Fondazione di Comunità della Val di Noto, per esempio, ha promosso l’Incubatore di imprese “Eureka 3.0”, che può contare sulla collaborazione di un ampio sistema di partnership, che forniscono percorsi formativi di marketing, management, diritto e accesso al credito. La Fondazione del Verbano Cusio Ossola, invece, già nel 2008 ha avviato una campagna di raccolta di donazioni a favore del Fondo LIFT - Lavoratori e Imprenditori per il Futuro del Territorio, promosso insieme alla Provincia e alla Camera di Commercio locali e finalizzato alla realizzazione di progetti che creino lavoro per le fasce più deboli. Nel corso del 2009, 804 donatori del territorio sono stati sensibilizzati alla cultura del dono e si sono avvicinati alla Fondazione versando complessivamente 111.590 euro: un risultato importante non solo in termini di raccolta, ma anche di diffusione del messaggio di solidarietà e coinvolgimento della società civile. È, infatti, importante che le Fondazioni di Comunità abbiano consapevolezza di questo loro ruolo maieutico sul fronte della filantropia. E molte lo esplicitano in specifiche iniziative di education. Così la Fondazione della Comunità di Monza e Brianza – solo per fare un esempio – realizza il Progetto Youth Bank, che si pone l’obiettivo di creare aggregazione, rendere i giovani protagonisti della propria comunità e far crescere i filantropi di domani. Si tratta di un percorso formativo rivolto a studenti delle classi terza, quarta e quinta delle scuole secondarie di secondo grado, che vengono coinvolti nell’ideazione e gestione di un Bando per finanziare progetti sociali e culturali, promossi da organizzazioni non profit nel territorio di Monza e Brianza. I ragazzi incontrano ogni singola realtà non profit e valutano le progettazioni pervenute. In cinque anni una sessantina di studenti degli istituti superiori di Monza ha così partecipato alla gestione dei bandi. D’altronde, come sostiene Gaetano Giunta, presidente della Fondazione di Comunità di Messina, «Le Fondazioni comunitarie dovrebbero strutturare sui territori programmi d’infrastrutturazione sociale, altamente innovativi, capaci di assumere sempre più una valenza di tipo storico-strategico, piuttosto che di tipo episodico ed effimero; capaci di promuovere sviluppo umano, mettendo in correlazione feconda sistemi produttivi, sistemi culturali, sistemi di welfare, sistemi educativi, azioni di ricerca e sviluppo, la capacità di attrarre talenti creativi e le social capabilities delle comunità locali. Le Fondazioni di Comunità potrebbero divenire sistemi territoriali di tipo relazionale non più centrate sulla mera raccolta ed erogazione di risorse economiche, ma sulla ideazione, sostegno e valutazione di vere e proprie policy durevoli, orientate a sperimentare e promuovere approcci economici capaci di porre, quali vincoli esterni alla logica di massimizzazione del profitto, la progressiva espansione delle libertà strumentali delle persone più fragili, la progressiva costruzione di capitale sociale, la sostenibilità ambientale e la bellezza». Nel mondo le Fondazioni di Comunità sono 1.800, di cui 680 nell’intera Europa. Le prime nacquero negli Stati Uniti all’inizio del Ventesimo secolo; la prima in assoluto a Cleveland, in Ohio, nel 1914. Furono create per separare la gestione dei fondi nei trust dall’utilizzo degli utili prodotti da quella gestione patrimoniale; sicché in pratica il modello era basato sulla gestione dei fondi, la crescita del patrimonio, la redistribuzione degli utili alla comunità attraverso l’erogazione di contributi con bandi e la raccolta di fondi per progetti specifici. In Italia, invece, la valenza dell’intermediazione filantropica è ben più marcata e ha radici antiche, come attesta la storia di molte Ipab-Istituti pubblici di assistenza e beneficenza o degli ospedali municipali, in cui è chiara l’azione di raccolta di fondi e la gestione “professionale”, o della Compagnia di San Paolo, che in sé porta i semi di un’antica vocazione comunitaria. Se poi si guarda alla storia locale di moltissime esperienze europee si scopre che il modello della raccolta di comunità per fronteggiare problemi della comunità (specie la povertà) è diffuso in larga parte del nostro Continente dal Medioevo e, insieme all’esperienza dei Commons (i beni comuni) nei paesi anglosassoni, costituisce non solo un modo di organizzare la socialità, ma anche di redistribuire le risorse su una base essenzialmente comunitaria, che i tempi moderni non hanno completamente espiantato. «Queste radici – sottolineano nel loro saggio introduttivo alla Guida Carola Carazzone, segretario generale di Assifero, e Marco Demarie, responsabile dell’Ufficio studi della Compagnia di San Paolo – oggi ci offrono ispirazione per mobilitare risorse altrimenti ripiegate su loro stesse e gestirle in modo comunitario per l’interesse di tutti e, fino ad un certo punto almeno, “democratico”».



"Fondazioni" gennaio-febbraio 2018

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