In Italia si rafforzano i pilastri del secondo welfare

23 febbraio 2018

welfare

È abbastanza frequente che su queste pagine diamo conto di indagini e ricerche sul sociale, più o meno circoscritte. L’uscita quasi contemporanea a fine 2017 della prima edizione del Censimento Permanente delle Istituzioni Non Profit in Italia, realizzata dall’Istat (ne diamo conto qui), e del Terzo Rapporto sul Secondo Welfare, curato dal Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi” insieme a Percorsi di secondo welfare (laboratorio di ricerca nato nel 2011 dalla collaborazione tra il Centro Einaudi e il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano), costituiscono un’occasione particolarmente favorevole per tracciare i contorni dello scenario in cui si innesta quello che potremmo definire il settore del Benessere della Persona. Senz’altro, infatti, molti attori del non profit ne sono i protagonisti, ma molte di più sono le tipologie di soggetti che animano quello che viene comunemente definito “secondo welfare”.

Come precisa Maurizio Ferrera, scientific advisor di Percorsi, nella sua introduzione al Terzo Rapporto, «La sfera del welfare è un “diamante” a quattro punte. Oltre allo Stato, contribuiscono al benessere delle persone il sistema-famiglia, il mercato, le associazioni intermedie». Quando gli interventi sono pensati, sviluppati e implementati da soggetti privati, sia profit che non profit, e vanno a inserirsi sussidiariamente laddove lo Stato, con il primo welfare di natura pubblica, non riesce ad arrivare, si parla di secondo welfare. Si tratta di azioni messe in campo da imprese, assicurazioni, banche, fondazioni, cooperative, imprese sociali, gruppi di volontari e altre realtà del Terzo settore, nonché associazioni datoriali, organizzazioni sindacali ed enti bilaterali, che con modalità differenti hanno scelto di sviluppare risposte innovative, il più delle volte a trazione territoriale, che possano positivamente integrare il welfare pubblico in difficoltà. «La crisi scoppiata dopo il 2008 – sostiene Ferrera – ha creato enormi difficoltà ai sistemi di protezione sociale, stringendoli nella morsa delle risorse calanti e dei bisogni crescenti. Il “martello” dei bisogni ha forse colpito più dell’“incudine” delle risorse. Nella maggioranza dei paesi (Italia compresa) la spesa sociale a prezzi costanti pro-capite non è diminuita, in alcuni casi è addirittura aumentata. Ma non è stata in grado di fornire risposte adeguate al moltiplicarsi delle difficoltà materiali e delle nuove vulnerabilità generate dalla Grande Recessione. Diseguaglianza e povertà sono così aumentate. Molte famiglie hanno sofferto pesanti arretramenti nel proprio tenore di vita. Dati i persistenti squilibri del nostro welfare pubblico, le aree di bisogno rimaste maggiormente scoperte sono (state) quelle dell’assistenza e dei servizi sociali, soprattutto per le famiglie numerose e senza saldi ancoramenti al mercato del lavoro. In risposta alla forte pressione dei bisogni, si sono attivati canali di risposta aggiuntivi rispetto a quelli pubblici».

In Italia lo Stato spende per il welfare 447,4 miliardi di euro suddivisi tra pensioni, sanità, assistenza sociale e politiche del lavoro; qualcosa come il 54,1% dell’intera spesa pubblica comprensiva degli interessi sul debito. Se si considerano anche le spese dedicate a inclusione sociale, famiglia e housing, oltre ai costi di funzionamento degli enti che gestiscono le varie funzioni di welfare, il nostro Paese impiega su questo fronte il 29,9% del proprio Pil: una percentuale superiore alla media dei 28 Paesi Ue (28,7%) e inferiore solo a quelle di Danimarca, Francia e Finlandia. Però all’interno del paniere c’è un forte squilibrio tra l’eccesso di spesa per pensioni e sanità e la scarsezza di quanto va in servizi dedicati a famiglia, inclusione sociale, lavoro femminile e formazione. Ciò avviene in un contesto, appesantito dall’ingente debito pubblico (132,6% del Pil nel 2016), che non lascia sperare nella possibilità di particolari incrementi di risorse al riguardo. A ciò si aggiungono macro dinamiche esogene che riguardano i cambiamenti demografici, i mutamenti delle strutture famigliari, i nuovi rischi e bisogni legati all’evoluzione del mondo del lavoro, l’aumento di fenomeni quali povertà e migrazioni. Fattori che quotidianamente influenzano – e sempre più influenzeranno – il nostro modo di vivere. A queste sfide complesse il welfare pubblico non può più rispondere da solo. Il Terzo Rapporto si concentra soprattutto su quel che riguarda le diverse esperienze concrete di sussidiarietà strutturatesi negli ultimi anni. Esso affronta temi centrali – come l’innovazione sociale, l’empowerment dei destinatari degli interventi, l’interazione con il Pubblico e l’attivismo “dal basso” – approfondendo modi di operare, progetti e strategie delle tante realtà che sono parte integrante del secondo welfare. Dalle imprese che implementano piani di welfare aziendale allo sviluppo della bilateralità, dalle forme di contrasto messe in campo dalle Fondazioni di origine bancaria al ruolo delle fondazioni di partecipazione per il “dopo di noi”, dalle Youth Bank alle fondazioni comunitarie nate anche nel Mezzogiorno, passando per il ruolo sempre più importante del mondo assicurativo, dal contributo delle fondazioni d’impresa all’evoluzione della filantropia istituzionale, fino alle nuove misure di contrasto all’indigenza. Fornire dati di sintesi è oggi impossibile; peraltro il Rapporto focalizza alcuni dei pezzi più “pesanti” di questo puzzle, che è in continua espansione. Molto significative sono ad esempio le cifre che riguardano le persone che in vario modo possono fruire di prestazioni, servizi e sostegni di secondo welfare. Il settore della bilateralità riguarda almeno 6 milioni e 900 mila potenziali fruitori; i grandi fondi sanitari integrativi bilaterali di livello nazionale coprono 2 milioni e 500 mila lavoratori; i fondi, gli enti, le casse e le società di mutuo soccorso aventi fini assistenziali registrati presso il Ministero della Salute (ben 305) riguardano 9 milioni e 150 mila persone, di cui quasi 7 milioni di lavoratori e oltre 2 milioni e 200 mila famigliari. Con l’inclusione del welfare aziendale in seno all’ultimo Contratto Collettivo Nazionale dei Metalmeccanici oltre 200 mila imprese del settore potranno attivare programmi di questo genere – e molte hanno già iniziato a farlo – raggiungendo un bacino potenziale superiore a 1 milione e 500 mila lavoratori. Anche laddove le cifre non sono così imponenti si registrano dinamiche virtuose, che influenzano positivamente la vita dei cittadini. È il caso di tutte quelle realtà della cosiddetta filantropia istituzionale, che hanno progressivamente abbandonato l’idea di filantropia come charity a favore di un approccio che mette sempre più al centro la crescita e che considera l’azione filantropica come volano di sviluppo locale e delle comunità. Le Fondazioni di origine bancaria, poi, oltre a fornire contributi economici significativi alle organizzazioni del Terzo settore che operano nel nostro Paese – sottolinea il Rapporto –, si distinguono per strategie di intervento sempre più innovative, specialmente in ambiti in cui il Pubblico fatica ad attivare interventi adeguati. Accanto a loro si registra la sempre più solida presenza di fondazioni di impresa e di famiglia, di comunità e di partecipazione, che sostengono quotidianamente interventi e strumenti in grado di aggredire problemi sociali precisi, senza tuttavia perdere di vista l’inclusione della comunità nel suo insieme.

Secondo Ferrera e Franca Maino, direttrice di Percorsi, ormai il secondo welfare non è più un insieme di iniziative sporadiche, ma di veri e propri nuovi pilastri di un edificio destinato a pesare in maniera crescente nel panorama del welfare e, in generale, del modello sociale italiano. Anche perché intorno a questi pilastri si sono progressivamente formate delle cornici regolative e orientative da parte dell’attore pubblico che ne rafforzano la consistenza e l’impatto. A livello europeo il neo-adottato Pilastro Europeo dei Diritti Sociali ha definito in maniera abbastanza dettagliata il perimetro e i contenuti degli standard sociali che debbono essere garantiti in forma di diritti soggettivi esigibili dai cittadini Ue. Nel nostro Paese sono stati fissati nuovi paletti normativi intorno ai quali far ruotare i confini tra primo e secondo welfare, come la riforma del Terzo settore, le norme sul welfare aziendale e contrattuale o la parte “sociale” del Jobs Act. Insomma, affermano, siamo arrivati al punto in cui «è necessario smettere di pre-giudicare il secondo welfare come programmaticamente erosivo rispetto al primo, e rimanere aperti – tanto sul piano descrittivo che su quello valutativo – rispetto al contributo positivo che esso può dare alle chance di vita dei cittadini in questa nuova fase storica di ri-sperimentazione del welfare e dei suoi modelli».

"Fondazioni" gennaio-febbraio 2018

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