Per le organizzazioni non profi c’è il Manuale dell’identità visiva

1 novembre 2014

welfare

Quello del non profit è un mondo ormai estremamente popolato: associazioni, fondazioni, cooperative sociali, organizzazioni non governative, onlus. I dati dicono che incide per il 4,3% sul Pil e a lavorarci sono circa 6 milioni di persone tra volontari (4,7 milioni) e operatori retribuiti. Un mondo, dunque, variegato e affollato di soggetti della società civile che fanno cose utili per la collettività, un mondo dove essere riconoscibili per il proprio ruolo e la propria identità è un must necessario per poter perseguire appieno la propria missione. Nel ribollente universo mediatico per relazionarsi in maniera corretta, trasparente ed efficace con tutti i possibili interlocutori in primo luogo non si può prescindere da un adeguato uso degli strumenti della comunicazione visiva. Risulta perciò a proposito il “Manuale dell’identità visiva per le organizzazioni non profit” di Antonio Santomartino (Studio Idea Comunicazione) e Marco Binotto (Università La Sapienza di Roma) per i caratteri di Fausto Lupetti. Unico nel suo genere nello scenario editoriale che da sempre si occupa di Terzo Settore, questo volume è un contributo importante, afferma nella prefazione Edoardo Patriarca (deputato e presidente dell’Istituto Italiano della Donazione), che sottolinea: «La comunicazione della propria identità, e la sua cura, racconta un mondo di valori vissuti nella vita quotidiana, racconta un mondo di persone e comunità impegnate nella solidarietà, racconta un mondo ricco di passione civile e di capacità di dono. Un mondo, quello del non profit, che sa e vuole rendere conto di ciò che fa e di come lo fa… Rendicontabilità, trasparenza, accessibilità: sono tre parole chiave che, a suo tempo, l’Agenzia per il Terzo Settore ha utilizzato nel costruire le sue linee guida, da quella sulla raccolta fondi a quella sul bilancio di esercizio, dal sostegno a distanza a quella sul bilancio sociale. Tre parole chiave capaci di costruire fiducia tra cittadini e organizzazioni non profit, ma che hanno senso e concretezza solo se supportate e accompagnate da un’adeguata strumentazione di comunicazione. La comunicazione diverrà uno dei core business delle future strategie organizzative delle associazioni del Terzo Settore, a condizione che anch’esse escano da quel pregiudizio piuttosto consolidato, e un po’ moralistico, secondo il quale il bene si comunica da sé e ha bisogno della sola testimonianza. A me pare che questo pregiudizio non porti da nessuna parte, anzi configuri un vero e proprio “peccato di omissione”: il bene va comunicato, è un dovere civile, direi un obbligo morale. Il bene comunicato bene diventa una occasione di maturazione per tanti e una possibilità di mobilitazione di risorse umane ed economiche altrimenti impossibile». «Si può guardare con un certo disagio, anche con sospetto, a questo tipo di pubblicazioni – commenta Marco Binotto, interpellato dal nostro giornale –. L’adozione delle strategie di branding, di valorizzazione della marca e di adozione di un’identità visiva possono apparire come l’acritica migrazione di concetti e pratiche elaborate nei contesti delle imprese produttrici di merci. Non è così. Con questo lavoro abbiamo cercato di costruire un lessico nuovo, contaminato certo da questi saperi ed elementi, ma autonomo e originale. L’utilizzo del marchio come simulacro emozionale, valoriale e semiotico non è una scoperta dell’impresa. Ha le sue radici nella storia dei simboli, emblemi, araldi, bandiere, marchiature. Solo parte di questa genealogia riguarda prodotti, commerci, imprese. Larga parte occupa gruppi umani, caste, casati, famiglie, corporazioni, istituzioni, comunità. La comunicazione d’impresa ha ripreso questa storia modernizzandola, fornendole nuove competenze e tecniche rinnovate, inserendo questa stessa tradizione millenaria nell’insieme delle strategie di marketing, allo scopo di relazionarsi con i pubblici e con l’universo, sempre più ampio, degli stakeholder non più come fabbrica di beni e prodotti ma come impresa creatrice di senso, generatrice di relazioni sociali, in dialogo con il consumatore. In qualche modo la società civile, le organizzazioni di persone e cittadinanza proseguono da sempre quella storia di identità definite in termini relazionali, ma senza incontrare per molto tempo il know how sviluppato dai saperi aziendali. Oggi è il momento che le incontrino e le utilizzino al meglio anche loro, distinguendo la competenza comunicativa dall’ingiunzione a vendere, l’espressività delle comunità umane dalla competizione nel mercato dei prodotti e delle immagini. In fondo si tratta sempre di “separare il grano dal loglio”. La scelta che il volume propone è quella di accettare questa sfida».   

da “Fondazioni” novembre-dicembre 2014  

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