Le Fondazioni attivano le comunità

1 marzo 2017

territori

Le Fondazioni di origine bancaria possono svolgere al meglio il loro ruolo di “attivatori” di sviluppo sui propri territori solo se scelgono come centrali, e potenziano, progetti ad alto impatto sulla vita delle comunità. Questi progetti, definibili ad “alta magnitudo”, avranno, infatti, un “effetto traino” per la messa in opera di altre iniziative utili allo sviluppo, su cui sia necessario il coinvolgimento degli altri possibili attori in campo. È questa una delle conclusioni a cui arriva Luigi Burroni, professore associato di Scienze politiche e sociali all’Università degli Studi di Firenze, che ha espresso il suo pensiero intervenendo all’incontro dal titolo “Attivare le risorse delle comunità”, tenutosi in Acri il 24 gennaio. Per giungere a definire le migliori possibilità di intervento in questo senso da parte delle Fondazioni, Burroni ha tracciato un’analisi dello scenario europeo riguardo al ruolo delle comunità nello sviluppo dei territori, mostrando come le regioni che stanno uscendo dalla crisi siano quelle che maggiormente investono in “progettazione dello sviluppo”.

In Europa cresce il decentramento delle competenze e si diffondono le cosiddette “comunità progettuali” (ovvero tavoli di soggetti diversi che si riuniscono per raggiungere insieme un obiettivo di sviluppo territoriale). E questo in genere si realizza in maniera virtuosa là dove si attuano principi ben codificati: focalizzazione degli interventi, progetti di lungo periodo, sviluppo di reti, attenzione alla qualità della spesa. Nel nostro Paese, nonostante la grande riorganizzazione amministrativa dello Stato abbia portato a un forte decentramento delle competenze, delegando molte funzioni a livello locale, il modello finora non ha avuto successo perché non c’è stato, contestualmente, un adeguato decentramento delle risorse, a cui si aggiunge un grave deficit di governance.

Secondo Burroni la cosa più grave, infatti, è che in Italia mancano soggetti che godano di una buona reputazione e che siano perciò in grado di attrarre e coinvolgere i diversi interlocutori necessari all’ideazione e alla realizzazione di progetti di sviluppo territoriale. Questa carenza di risorse e di governance concorre a far sì che nel nostro Paese, dove pure c’è un ricco patrimonio di comunità, si stenti ancora a trasformarle in comunità progettuali. È in questo scenario che possono inserirsi le Fondazioni di origine bancaria. Non solo per le risorse economiche da mettere a disposizione, quanto piuttosto per la loro funzione di innovatori progettuali e di attivatori di risorse locali. Esse, godendo di una buona reputazione presso le proprie comunità, possono essere tra i protagonisti di progetti di sviluppo locale, quali promotori o partner. Non dovendo rispondere ai criteri di una legittimazione elettorale, che invece caratterizza le amministrazioni locali costringendole spesso a seguire logiche di breve periodo, le Fondazioni possono avere, per i loro interventi, un orizzonte di medio-lungo periodo, proprio grazie al status di soggetti terzi.

Dunque, per spendersi al meglio a favore dei propri territori e del loro sviluppo, esse dovrebbero perseguire un nuovo posizionamento strategico, attraverso un riorientamento dell’ottica di investimento delle erogazioni, che ponga al primo posto il “come” spendo piuttosto che il “quanto” spendo. Il che comporta, innanzitutto, la capacità di ascolto dei territori, le cui esigenze vanno colte e, se possibile, anticipate, dando risposte “taylor made”, anziché importando “ricette” e soluzioni che hanno dimostrato di funzionare bene altrove. Con questo cambio di prospettiva, le erogazioni delle Fondazioni avrebbero tre ricadute positive: favorire la qualità della spesa, attivare risorse nascoste, incentivare comportamenti cooperativi finalizzati. Questo rinnovato ruolo delle Fondazioni va esercitato in tre fasi: ex ante, nella selezione dei progetti e nella qualità della coalizione che si costruisce per realizzarlo; in itinere, per spingere i vari attori ad adottare comportamenti virtuosi e a operare i necessari aggiustamenti in corso d’opera; ex post, per valutare il reale impatto dei progetti e applicare le premialità previste se la coalizione ha funzionato.

Ma come si fa a farla funzionare la coalizione? C’è bisogno di impegni chiari, responsabilità individuali misurabili assegnate a ciascun partner, responsabilità condivise, tempi e modi ben definiti. Burroni ha, infine, evidenziato la netta distinzione che c’è tra sviluppo e crescita, sostenendo che la crescita economica esogena non è sviluppo locale, come è avvenuto in passato nel Mezzogiorno, dove a periodi di crescita favorita da investimenti non mirati provenienti dal Centro e dal Nord Italia, quindi con caratteristiche del tutto esogene, non è corrisposto, o seguito, un reale sviluppo, capace di far procedere quei territori con le proprie gambe. La crescita, infatti, diventa vero sviluppo solo quando si basa su risorse endogene, cioè sull’attivazione delle comunità locali.



"Fondazioni" marzo-aprile 2017

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